Citazione capitolo 11

<<Constance sa che mi piaci. Dice che sono diverso da quando sei qui, e ha ragione.>>

<<Thomas>>, dissi voltandomi verso di lui, <<io…lo apprezzo ma…>>

<<Non sei sentimentalmente disponibile, lo so. Stai appena uscendo da una relazione. Ma non ti sto chiedendo di venire a vivere con me.>>

<<E cosa mi stai chiedendo?>>

<<Lascia che ti accompagni al lavoro.>>

<<Non è una domanda.>>

<<Okay. Possiamo cenare noi due soli?>>

Quando l’ascensore si aprì, mi girai di nuovo verso di lui.

<<E’ un appuntamento, Maddox?>> Uscii nell’atrio e i miei tacchi ticchettarono sul pavimento.

<<Sì,>> rispose annuendo dopo alcuni secondi di esitazione.

<<Non ho tempo per le complicazioni. Ho in testa solo il lavoro.>>

<<Anch’io.>>

<<Mi piace lavorare fino a tardi.>>

<<Anche a me.>>

<<Non mi va di riferire a nessuno.>>

<<Nemmeno a me.>>

<<Allora sì.>>

<<Sì, posso accompagnarti al lavoro? O sì, possiamo cenare insieme?>>

<<Sì a entrambe le cose.>>

[…]

Il suo cellulare squillò e, quando notò il nome sul display, cambiò completamente atteggiamento. Aggrottò la fronte e sospirò.

<<Ehi>>, disse con il volto tirato. Lasciò andare la mia mano e distolse lo sguardo. <<Te l’ho detto che lo avrei fatto. Io, ehm…>> Si sfregò gli occhi con le dita. <<Non posso. Il mio volo atterra solo un’ora pima che Trav arrivi all’albergo. Okay…dirmi cosa?>> Chinò la testa e incurvò le spalle. <<Sì? Fantastico.>>, disse senza riuscire a mascherare la disperazione nella sua voce. <<Uh, no, capisco. No, Trent, capisco. Va tutto bene. Sì, sono felice per te. Davvero. Okay, ci vediamo là>>

Chiuse la comunicazione e lasciò cadere il telefono sulle ginocchia. Strinse il volante con entrambe le mani, con tanta forza da avere le nocche bianche.

<<Ti va di parlare?>>

Scosse la testa.

<<Okay. Be’… se cambi idea,  mi trovi nel mio ufficio.>>

Stavo per girare la maniglia quando mi afferrò per un braccio e mi attirò a sé. Un attimo dopo mi ritrovai le sue incredibili labbra sulle mie. Tutto attorno a noi si confuse e fui trasportata indietro alla sera in cui ci eravamo conosciuti: sentii di nuovo quelle mani bramose, la sua lingua nella mia bocca, la sua pelle bollente e sudata contro la mia.

Quando alla fine mi lasciò andare, stetti male. Nonostante ci fossimo baciati, non appena ci scostammo ebbi di nuovo quell’orribile sensazione.

<<Maledizione, Liis, scusami>>, esclamò, sconvolto quanto me.

Respiravo lentamente e profondamente, ancora protesa verso di lui.

<<So che non vuoi un legame>>, disse prendendosela con sé stesso. <<Ma che sia maledetto se non riuscirò a starti lontano.>>

<<Ti posso capire>>, risposi scostandomi i capelli dalla faccia. <<Trent?>> domandai indicando con un cenno il telefono.

Lui abbassò gli occhi e poi mi guardò. <<Sì.>>

<<Cosa ti ha detto per farti stare così male?>>

Thomas esitò: chiaramente non aveva voglia di rispondere. <<Mi stava parlando dell’addio al celibato di Travis.>>

<<E?>>

<<Sarà lui l’attrazione.>>

<<In che senso?>>

Si agitò nervoso, sul sedile. <<Lui, ehm, ha fatto un patto con Camille>>,  disse scuotendo la testa. Parecchio tempo fa lei ha acconsentito a sposarlo se avesse fatto qualcosa di folle e di imbarazzante. Lo farà alla festa di Travis e poi…>> Assunse un’aria affranta. <<Chiederà a Camille di sposarlo.>>

<<La tua ex.>>

Lui annuì lentamente.

<<La donna che ami ancora. E dopo mi hai baciato per smettere di pensarci?>>

<<Sì>>, ammise. <<Mi dispiace. E’ stata una bastardata.>>

La mia prima rezione fu quella di arrabbiarmi. Ma come potevo farlo, quando non avevo pensato ad altro che a baciarlo da che ci eravamo conosciuti? E come potevo essere gelosa? La donna che amava si sarebbe presto sposata e lui aveva appena dato la sua benedizione. Ma tutta quella logica non giovò. Ero gelosa di una donna che non avevo mai conosciuto e che non sarebbe mai stata con Thomas. Non potevo infuriarmi con lui, ma con me stessa sì.

[…]

La porta si spalancò.

<<Liis?>>

Era Thomas.

Mi girai lentamente e mi raddrizzai. L’angoscia nel suo sguardo era insopportabile. Sembrava in preda a pulsioni conflittuali, proprio come me.

<<E’ tutto a posto>>, dissi. <<Non è con te che ce l’ho.>>

Chiuse la porta e si avvicinò a una poltroncina, si sedette e posò i gomiti sul tavolo. <<E’ stata una cosa assolutamente fuori luogo. Non te lo meritavi.>>

<<E’ stato un momento così, lo capisco.>>

Mi guardò, scosso dala mia risposta. <<Tu non sei un momento così, Liis.>>

<<Ho un obiettivo che intendo raggiungere. Qualsiasi setimento possa provare per te non deve mettersi in mezzo. A volte me lo fai scordare, ma torno sempre al piano originario, che non prevede un fidanzato.>>

Lui lasciò sedimentare per un pò le mie parole. <<Questo è successo fra te e Jackson? Non rientrava fra le tue linee guida per il futuro?>>

<<Jackson non c’entra.>>

<<Non ne parli molto>>, osservò appoghiandosi allo schienale.

Merda. Non volevo toccare quel discorso con lui.

<<Perché non ne sento il bisogno.>>

<<Non eravate fidanzati?>>

<<Non che siano affari tuoi, comunque sì.>>

<<Niente, eh? Neanche una lacrima?>> chiese, perplesso.

<<A dire il vero io non..faccio così. Al limite bevo.>>

<<Come quella sera al Cutter’s Pub?>>

<<Proprio come quella sera al Cutter’s Pub. Quindi credo che siamo pari.>>

Restò a bocca aperta e non cercò nemmeno di nascondere lo smacco. <<Uau. Direi di sì.>>

<<Thomas, proprio tu fra tutti dovresti capire. Quand’eri con Camille, ti sei ritrovato davanti alla stessa decisione. E hai scelto il Bureau, giusto?>>

<<No>>, replicò, offeso. Ho cercato di tenere entrambe le cose.

<<E sei riuscito a farle funzionare?>> chiesi giungendo le mani.

<<Non mi piace questo lato del tuo carattere.>>

<<Peccato, perché d’ora in poi è l’unico che vedrai.>> Lo guardai, ferma negli occhi.

Thomas fece per rispondere ma qualcuno bussò alla porta e la aprì.

<<Agente Lindy?>> Dal corridoio si udì una voce dolce ma acuta.

<<Si?>> dissi sorridendo Constance sulla porta.

<<C’è una persona per lei. L’ho accompagnata di sopra.>>

Prima che riuscissi anche solo a chiedermi chi fosse, Jackson Schultz la superò e si parò sulla soglia.

<<Oddio.>>, sussurrai.

Jackson indossava una camicia azzurro chiaro e una cravatta fantasia. Le uniche volte che l’avevo visto così ben vestito erano state la sera in cui si era dichiarato e il giorno del funerale dell’agente Gregory. La tonalità della camicia metteva in risalto i suoi occhi, la cosa che più amavo di lui, ma in quel momento notai solo che erano rotondi come la sua faccia. Jackson era sempre stato in forma, ma con la testa rasata sembrava più corpulento di quanto in realtà non fosse.

Più stavano insieme, più erano emersi i suoi lati e le sue abitudini meno affascinanti: mangiava risucchiando il cibo, scoreggiava anche in pubblico, non si lavava sempre le mani dopo essere stato in bagno. Persino le sue tre profonde pieghe sula nuca mi facevano ribrezzo.

<<Lei chi diavolo è?>> domandò Thomas.

<<Jackson Schultz, Chicago SWAT. E lei chi è?>>

Mi alzai. <<L’agente speciale Maddox è il vicecapo dell’ufficio di San Diego.>>

<<Maddox?>> Jackson scoppiò a ridere, per nulla colpito.

<<Sì, come dire lo stronzo che dirige questo posto.>> Thomas guardò Constance. <<Siamo in riunione.>>

<<Mi dispiace, signore>>, rispose lei con un’aria tutt’altro che contrita.

Non me la diede a bere. Aveva spiegato a Thomas che tipo di caffè comprarmi e, quando aveva saputo che Jackson era nell’edificio, lo aveva subito accompagnato nel mio ufficio per ricordare al suo capo che aveva un rivale. Non sapevo se ridere o strozzarla, ma era chiaro che si preoccupava per Thomas, ed era bello sapere che mi stimava al punto di spingerlo nella mia direzione. <<Agente Maddox, avevamo quasi finito, vero?>> chiesi.

Thomas mi guardò e poi fissò Jackson. <<No. L’agente Schultz può aspettare fuori. Constance?>>

Lei fece un mezzo sorriso. <<Sì, signore. Agente Schultz, se mi vuole seguire.>>

Jackson continuò a fissarmi finché non scomparvero entrambi in corridoio.

<<Non era necessario>>, dichiarai guardando, diffidente, Thomas.

<<Perché non mi hai detto della sua visita?>> abbaiò lui.

<<Credi davvero che lo sapessi?>>

<<No>>, disse rilassando le spalle.

<<Prima lo lasci entrare qui, prima se ne andrà.>>

<<Qui dentro non lo voglio.>>

<<Smettila.>>

<<Di fare che?>> ribatté, secco, fingendo di osservare le fotografie e i Post-it appesi alle pareti e la libreria.

<<Sei infantile>>, osservai.

Mi guardò in cagnesco. <<Liberati di lui>>, disse tenendo la voce bassa.

Giorni prima sarei forse rimasta intimorita, ma ormai Thomas Maddox non mi spaventava più.

Anzi, non sapevo se lo avesse mai fatto veramente.

<<Ieri sera hai fatto tante storie dicendo che sono gelosa. Ora sai che l’ho lasciato e che non ho nessun interesse per lui, e guardati un po’.>>

Lui indicò la porta. <<Pensi che sia geloso di Mastro Lindo? Stai scherzando, vero, cazzo?>>

<<Sappiamo entrambi che sei troppo incasinato qua dentro…>> – mi indicai la testa – <<…per preoccuparti del mio ex fidanzato o di me in generale.>>

<<Non è vero.>>

<<Sei ancora innamorato di lei!>> dissi a voce troppo alta.

Ogni membro della squadra cinque presente nella sala si protese o spostò all’indietro la sedia per vedere bel mio ufficio aldilà della parete di vetro. Thomas chiuse le veneziane prima da un alto, poi dall’altro, e infine anche la porta.

<<Cosa c’entra questo con tutto il resto? Non è possibile che tu mi piaccia e che continui ad amare lei?>> domandò, corrucciato.

<<È così? Io ti piaccio?>>

<<No, ti ho appena invitato a uscire perché adoro annoiarmi.>>

<<Mi ha invitato a cena poco prima di avere una crisi. Tu non l’hai dimenticata. Maddox.>>

<<Ecco di nuovo quel “Maddox”.>>

<<Non l’hai dimenticata>>, ripetei detestando il tono triste della mia voce. <<E io ho degli obiettivi.>>

<<Lo hai già detto.>>

<<Allora siamo tutti e due d’accordo che è inutile.>>

<<Bene.>>

<<Bene?>> chiesi, imbarazzata per la nota di panico nella mia voce.

<<No ho intenzione di fare pressioni. Se io mi lascerò alle spalle Camille e tu la tua…faccenda…ci riaggiorneremo.>>

Lo fissai, incredula. <<Non lo hai detto tanto per dire a Constance. La vedi sul serio come una riunione.>>

<<E allora?>>

<<Non è una cosa che puoi programmare, Thomas. Non puoi dirmi come fare, e noi non ci riaggiorneremo. Non funziona così.>>

<<Così si lavora.>>

<<È ridicolo. Tu sei ridicolo.>>

<<Forse, ma siamo uguali, Liis. Per questo non ha funzionato con le altre persone. Non ti lascerò scappare, ma non dovrai nemmeno sopportare i miei casini. Possiamo valutare se sia opportuno o no stare insieme fino alla pensione, oppure accettarlo ora e basta. Il fatto è che noi pianifichiamo le cose, organizziamo, controlliamo.>>

Deglutii.

Thomas indicò la parete alle sue spalle. <<Prima di te ero un drogato di lavoro, un solitario, e malgrado avessi qualcuno, anche tu lo eri. Ma possiamo far funzionare le cose. È perfettamente logico per noi stare insieme. Quando avrai detto al signor ninja là fuori di togliersi dai piedi, fammelo sapere e ti porterò a cena. Poi ti bacerò di nuovo, e non perché sia sconvolto.>>

Deglutii ancora e cercai di mantenere una voce ferma quando risposi: <<Bene. È un po’ sconcertante essere baciati quando stai male per un’altra donna.>>

<<Non accadrà più.>>

<<Fa’ in modo che sia così.>>

<<Sissignora.>> Aprì la porta, uscì e la richiuse.

Mi accasciai sulla poltrona facendo profondi respiri per calmarmi. Che cavolo era appena successo?

 

(Un dimenticabile disastro – Jamie McGuire)

 

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