Citazione capitolo 9

Riagganciò la pompa e corse all’interno della stazione. Restai là, non sapendo dove salire. Quando tornò, mi guardò, perplesso. “Cosa fai, tesoro?>>

La parola che gli era uscita dalle labbra mi fece dimenticare i miei propositi, dove mi trovavo e persino chi fossi. Avevo sentito altre coppie usare termini affettuosi e alcune madri dire <<tesoro>> ai figli, ma nessuno mi aveva mai chiamato se non col mio nome o con qualche altro epiteto colorito. Mi ero sempre domandata cosa avrei provato se qualcuno che mi amava si fosse rivolto a me usando un appellativo così dolce e semplice, e Weston Gates l’aveva appena fatto.

Cercai di dire qualcosa ma non ci riuscii.

<<Vuoi che guidi io?>> domandò lui. Vedendo che non rispondevo si avvicinò un po’ di più. <<Stai bene?>>

Corsi da lui, gli gettai le braccia al collo, gli saltai addosso, cingendogli la vita con le gambe, e lo baciai con passione.

Weston ricambiò. I sacchetti che aveva in mano scricchiolarono quando mi abbracciò. Non appena mi scostai, sorrise. <<Questo per cos’era?>>

<<Non lo so. Dovevo fare basta>>

<<Dovresti seguire di più l’istinto>>, commentò dandomi un altro bacio.

Mi chiese di guidare e, cinque ore dopo aver lasciato il lavoro, entrai nel vialetto di Gina. C’erano due auto della polizia e un’altra blu scuro con il simbolo del dipartimento dei servizi sociali dell’Oklahoma su entrambe le portiere.

<<Oddio?>> esclamai voltandomi verso di lui. <<Non so cosa sia successo, ma devi andare.>>

Weston scosse la testa. <<Assolutamente no. Affronteremo tutto insieme, ricordi?>>

Sentii le lacrime bruciarmi gli occhi. <<Te ne sono grata, davvero, ma è umiliante. Non voglio che tu  senta quello che hanno da dirmi.>>

<<E cosa ti diranno?>>

<<Non lo so. Ma non devi sentire.>>

Weston esitò e mi prese delicatamente la mano. <<Ti picchia?>> Scossi la testa e lui sospirò, sollevato. <<Quando capirai che non ti giudico, Erin? Amo tutto di te, da sempre.>> Mi strinse la mano. <<Lasciami venire con te, ti prego.>>

Annui, spensi il motore e ci avviammo verso casa mia, mano nella mano. Entrammo e trovammo Gina sul divano, con la faccia inespressiva. Due agenti ti di polizia erano integrate da una donna sedeva accanto. Mi sorrise.

<<Ciao, Erin. Mi chiamo Kay Rains e sono del dipartimento dei servizi sociali. Siamo qui per una questione che riguarda la morte di Erin Alderman.>>

<<Okay…>> Ero totalmente confusa. Pensavano che io c’entrassi qualcosa con la sua morte?

Notando il mio nervosismo, la donna sorrise. <<È tutto a posto, Erin. Non preoccuparti.>>

<<Allora perché c’è la polizia?>> domandò Weston continuando a stringermi la mano.

<<Non intendevamo spaventarti>>, mi disse Kay. <<È la prassi. Abbiamo bisogno che tu venga in ospedale con noi. È necessario eseguire delle analisi.>>

Mi accigliai. <<Di che genere? Cos’ha a che fare tutto questo per me?>>

Kay si alzò. <<Per Erin Alderman è stata richiesta l’autopsia. I risultati sono arrivati ieri sera e i genitori hanno delle richieste. Se potessimo prelevarti un campione di sangue, riusciremmo a chiarire tutto.>>

<<Un campione di sangue? Ancora non ci avete detto in che modo è coinvolta Erin>>, osservò Weston.

Kay sospirò. <<Il referto ha dimostrato che Erin Alderman non è la figlia biologica di Sam e Julianne Alderman. Per Erin Masterson è tutto nella norma. Tu sei l’unica ragazza nata nell’ospedale di Blackwell il 4 maggio. Anzi, a parte le due decedute, sei l’unica a essere nata lì nell’arco di tre giorni.>>

<<Sta dicendo che credete che Erin Alderman sia la figlia di Gina Easter ed Erin quella di Sam e Julianne?>> domandò Weston. Non appena ebbe pronunciato l’ultima parola restammo entrambi senza fiato.

Kay toccò il ginocchio di Gina, per quanto non desse segno di essere sconvolta. <<Purtroppo è quello che sospettiamo.>>

Io e Weston ci guardammo a bocca aperta.

<<Ti…uh…ti accompagno io>>, si offrì lui.

Annuii.

<<Gliela riporteremo presto, signora Easter.>>

Gina fece un cenno con la testa e uscimmo tutti.

Le mie scarpe scricchiolarono sulla ghiaia mentre ci avvicinavamo al furgone. Weston aprì la portiera e mi sollevò senza alcuno sforzo. Mi fissò dritto negli occhi. <<Sta succedendo davvero?>> domandò.

Scossi la testa, senza parole.

Si mise al volante, e seguimmo l’auto dei servizi sociali e quelle della polizia fino all’ospedale. Fummo accompagnati al laboratorio e fatti accomodare nella sala d’attesa. Weston mi teneva la mano. Io fissavo il pavimento di piastrelle bianche, incapace di parlare e di pensare. Il mio cervello pareva bloccato, come se non volesse neanche considerare le possibili implicazioni di ciò che stava accadendo.

<<Erin Easter>>, chiamò il tecnico. Mi alzai, imitata da Weston.

<<Solo lei, per favore>>, disse Kay.

Gli feci un cenno e lui si risedette.

Il tecnico mi condusse in una piccola stanza con numerosi armadietti e un banco. Mise un lungo laccio di gomma e alcune provette su un vassoio color argento accanto a me. Distolsi lo sguardo mentre m’infilava l’ago nel braccio, poi lo sentii muoversi quasi impercettibilmente per sostituire le provette. Alla fine estrasse l’ago, mi premette un batuffolo di cotone sul braccio e lo fissò con una specie di cerotto appiccicoso di colore rosa.

Quando uscii, trovai Weston in piedi nella sala d’attesa, fra l’assistente sociale e gli agenti di polizia.

<<E adesso?>> chiesi.

Kay mi rivolse un sorriso dolce e rassicurante porgendomi il suo biglietto da visita. <<Adesso aspettiamo. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, chiamami sul cellulare. È scritto sul biglietto. Mi metterò in contatto con te non appena avremo i risultati.>>

<<Oh, io non ho un…>>

Weston prese il biglietto e digitò il numero sul suo cellulare. <<Fatto>>, disse premendo il pulsante di chiamata.

Il telefono di Kay prese a squillare. Lei lo pescò dalla borsa e guardò lo schermo.

<<Sono io>>, spiegò Weston. <<Può contattare Erin a questo numero.>>

Kay e gli agenti ci precedettero lungo il corridoio in direzione del parcheggio e se ne andarono prima ancora che ci fossimo allacciati le cinture.

<<Tu… tu pensi che sia possibile? Che Gina non sia mia…>> Il solo fatto di pronunciare quelle parole mi lasciò senza fiato. La mia mente si bloccò di nuovo, rifiutandosi di considerare quell’eventualità.

Weston intrecciò le sue dita con le mie. Non so perché mai il mio destino fosse cambiato così drasticamente, ma doveva trattarsi di un intervento divino. Se Weston non fosse stato seduto al mio fianco a tenermi la mano con quell’espressione rassicurante, probabilmente sarei crollata.

 

(Una meravigliosa bugia – Jamie McGuire)

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