Citazione capitolo dodici

Sam e Julianne tornarono a casa, ansiosi di occuparsi degli ultimi preparativi prima del trasloco del giorno seguente. Peter e Veronica si ritirarono in camera loro e Weston mi chiese di fare un giro in macchina.  Ci tenemmo per mano mentre raggiungevamo il suo posto preferito, il cavalcavia, e anche quando ci stendemmo sul pianale a guardare le stelle.

“Sono un po’ nervoso. Ti ho appena conquistata e finora ti ho avuta tutta per me”, disse avvicinandosi per baciarmi i capelli.

Mi abbandonai, appoggiandogli la testa sul braccio. “Sarò dietro l’angolo e avrò sempre bisogno di un passaggio per andare a scuola il mattino. Non penso che cambierà molto.”

“Non lo so. Avete diciott’anni da recuperare, e sarei un gran coglione se fossi geloso del fatto che dedichi del tempo a conoscere i tuoi genitori. Ho la sensazione di dovermi fare da parte ma non mi va.”

“Non voglio che ti faccia da parte”, replicai riflettendo sulle sue ultime parole. “I miei genitori. Uau. È… semplicemente pazzesco. Continuo a pensare che un giorno mi sveglierò o che qualcuno mi dirà che è stato uno scherzo crudele.”

“Uno scherzo crudele? Hai appena vinto alla lotteria. Non solo a scuola hanno smesso di tormentarti, ma hai come genitori due delle persone migliori della città.”

“Non mi sembra giusto festeggiare.”

“Non li hai rubati, Erin. Sono tuoi. Un po’ come il sottoscritto.”

Lo guardai e al chiaro di luna riuscii a scorgere il suo incredibile sorriso. “È troppa fortuna in un colpo solo per una che non ne ha mai avuta in vita sua. Ho la sensazione che d’un tratto potrei perdere tutto.”

“Io non vado da nessuna parte, te lo prometto.”

Mi girai su un fianco e mi appoggiai a lui avvicinando le labbra alle sue. Era una sera fredda, ma nel petto sentivo un calore che si diffuse in tutto il corpo. Anche Weston lo percepì, perché mi premette le dita sulla pelle ed emise quel gemito che amavo tanto.  Mi scostai da lui mordicchiandomi il labbro, un po’ nervosa per quanto stavo per fare.

Mi sedetti e mi sfilai la maglietta. Weston non si mosse finché non feci per slacciarmi il reggiseno; a quel punto si tirò su e mi afferrò le braccia. Mi baciò e parlò sfiorandomi le labbra.

“Cosa fai?” mormorò. Aveva gli occhi chiusi, ma ogni muscolo del suo corpo era teso per lo sforzo di controllarsi.

“Cosa ti sembra che faccia?”

“Non qui.”

“Cosa?”

“Non voglio che la tua prima volta sia sul pianale del mio furgone.”

“Perché no? I miei ricordi più belli sono qui.”

Rifletté per un istante e quando lo baciai ricambiò con passione. Fece scorrere le dita lungo il mio collo e abbassò le spalline del reggiseno. Non appena questo cadde accanto a noi sul pianale, si tolse la maglietta e mi attirò a sé. Il contatto del mio seno nudo contro il suo petto caldo mi provocò un fremito tra le cosce, e fui io allora a gemere.

Weston mi fece sdraiare, mi sbottonò i jeans e li sfilò posandoli sul mucchio di vestiti. Poco dopo eravamo entrambi completamente nudi, e d’un tratto lui fu sopra di me, la bocca sulla mia, pelle contro pelle.

Strinsi i suoi fianchi tra le cosce mentre si metteva il preservativo, ma quando fu pronto si bloccò. “Sei sicura?” chiese. “Voglio dire, assolutamente sicura? Se mi dici “aspetta”, lo farò.”

Lo afferrai per il fondoschiena e lo spinsi contro di me. Sprofondò la faccia nel mio collo e mi penetrò lentamente, con delicatezza. Fui contenta che non mi stesse baciando perché riuscivo a concentrarmi solo su quello sgradevole bruciore. Qualche minuto dopo tuttavia i nostri corpi parvero adattarsi alla perfezione e mi rilassai. Weston posò le labbra sulle mie e passammo ore a toccarci e ad assaporare a vicenda i nostri corpi.

Poco prima dell’alba Weston crollò al mio fianco. Allungò la mano verso la tasca dei jeans per prendere l’inalatore e spruzzarsi un po’ di farmaco, poi mi fissò, baciò sulla fronte, poi frugò di nuovo nelle tasche dei jeans, da cui stavolta estrasse una scatoletta nera lunga. “Ti ho preso una cosa.”

“Perché?”

“Per il tuo compleanno.”

“Il mio compleanno è in maggio”, obiettai.

“È un regalo di compleanno anomalo”, disse lui sogghignando. “Volevo aspettare il diploma, ma non ci sono riuscito. Adesso è il momento perfetto.”

La scatola scricchiolò quando la aprii. Dentro c’era un cuore d’argento. Era quasi identico a quello del carboncino, con tanto di scritta PER CASO al centro. Restai senza fiato.

“Ti piace?” chiese.

“Se mi piace? È la stessa collana, vero?”

“Te ne sei ricordata”, osservò, raggiante.

“Certo che sì. Come hai fatto a trovarla?”

Ci mettemmo entrambi a sedere. Weston la prese e me la allacciò al collo. “Ho delle conoscenze. Sono una persona ben introdotta, sai.”

“Lo so”, risposi abbracciandolo.

“Non pensavo che quando te l’avessi vista al collo non avresti avuto altro addosso. È decisamente un’emozione in più.”

Ridacchiai.

Guardò il cuore e poi me. “E’ perfetto, come la ragazza alla finestra.”

“Lei non è perfetta”, obiettai.

“Lo è per me.” Mi sfiorò le labbra con le sue, ma proprio quando iniziavo di nuovo a sentire quel brivido caldo in tutto il corpo si scostò. “Sarà meglio vestirci e tornare a casa per dormire almeno qualche ora. Oggi devi traslocare.”

“Trasloco dagli Alderman”, dissi, pensando a voce alta.

“Tu sei una Alderman.”

Scossi la testa, assolutamente incredula. “Se ci penso troppo, mi s’incasina il cervello.”

Weston mi aiutò a scendere dal pianale e a salire sul sedile. Iniziavo a considerarlo il mio posto, e mi piaceva. Riaccompagnandomi a casa, mi tenne per mano e io mi sentii senza sapendo che me ne sarei sì andata quel giorno, ma sarei stata a poche case di distanza.

Weston notò che ero assorta nei miei pensieri e mi strinse la mano. “Non arrovellarti troppo. Le cose sono quelle che sono.”

Toccai la collana che stava alla perfezione nell’incavo tra le clavicole e mi domandai cosa avrei provato a essere Erin Alderman.

“Ed è successo per caso”, mormorai.

Una meravigliosa bugia (Jamie McGuire)

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